Enrico Pompilio mi ha inviato un bel racconto del Piano di Carletto ricordando molti ortonesi che hanno vissuto in questa zona di Ortona. Se ritenete, anche voi, di aver trascorso le vostre giornate in questa piazza, scrivetemi. Vorrei aggiungere alla storia anche i vostri nomi. Hanno già scritto : Edmondo Graziani (nipote di Zi Liberet) - Angelo Matricardi - Fabrizio Pompilio - Massimo Pompilio - Marco Iurisci.

 

LU PIEN DI CARLETT (Piazza Plebiscito)

 Mi chiamo Enrico, Enrico Pompilio, sono del 53 e sono nato a “lu pien di Carlett” (Piazza Plebiscito).Mio padre faceva il falegname (MASTR ROCC) in vico degli Aranci, vicino al mercato coperto,

 

 

I quattro Pompilio Senior : Mastro Rocco (il primo a sn ) con i suoi tre fratelli Cesare, Peppino e Tumassino

 

a fianco ci stava “ZI ‘NTONIO” con il bastone ed una fascia nera a mo’ di cinghia, a vigilare sul garage dei figli che avevano due camion e facevano i viaggi alla fornace ai Saraceni, dove lavorava  “zi Libbret” (ZIO LIBERATO GRAZIANI) un eterno sorriso stampato sul viso sovrastato da due occhi di una azzurro intensissimo. Con mia nonna (ZA MARIIE) che era la sorella, compare Antonio (uno dei figli di zi ‘Ntonio) ci portava con il camion alla fornace e noi andavamo a casa di “zi Libbret” dove la moglie “ZA ANNIN” ci accoglieva pure lei con un enorme sorriso e mangiavamo da lei riportando poi qualche frutto della terra, uva o pomodori o qualche gallina, a casa. Za Annin faceva in casa un pane buonissimo con un profumo delizioso; io giocavo con i figli, soprattutto Tommaso, andando a prendere la creta alla fornace con la pretesa di modellare oggetti, oppure andando al mare ai saraceni (era a due passi); ricordo inoltre due elefantini mezzo distrutti che stavano sul ponticello, costruiti subito dopo la guerra, che mi divertivo a cavalcare (credo che adesso siano conservati presso il museo della guerra alla chiesa di Sant’Anna).  

Eravamo quattro fratelli, oltre a me Roberto e Marco, piu’ grandi e poi Sandro che e’ scomparso in maniera prematura.

Tutti abbiamo lavorato nella falegnameria, anche se poi ognuno ha preso strade diverse, e questo mi permetteva di avere una delle migliori carrozzelle delle zona (con le “rote a pallin” prese dal meccanico COSTANTINI, il padre di Vincenzo - Cosvim), con gli scarti delle tavole facevo spade, fucili e quant’altro ed a Natale mi costruivo le casette per il presepe utilizzando per il prato la segatura mista a colla ed al verde delle persiane. Uno dei miei compiti era quello di tenere in ordine la falegnameria per cui spesso riempivo i sacchi di “pampuoie”(i truccioli del legno) e li andavo a gettare con una carretta di ferro senza piano, a “lu sangiavocch” (Parco del Ciavocco).

 

 

I quattro Pompilio Junior: in alto Sandro (sn) Enrico (dx) in basso Roberto (sn) Marco (dx)

 

Abitavamo di fronte al negozio, dove c’e’ tutt’ora un giardino magnificamente tenuto da mio cugino MAURIZIO DE GIRARDI,

 

 

sopra all’armeria di ROCCO COLONNELLO, dove si radunavano la sera soprattutto nel periodo in cui l’arte venatoria era autorizzata, tutti i cacciatori della zona e vi assicuro che, anche se ero ancora bambino, ne ho sentito veramente delle grosse; dietro al bancone in uno sgabuzzino Rocco preparava le cartucce con una macchinetta che riempiva il cilindretto di carta con i vari pallini a seconda del calibro ( 8, 9, 10 , 11 per gli uccellini piu’ piccoli),  e per entrare bisognava passare per il portone che si apre su Piazza Plebiscito nr 9.

La piazza, lu pien di Carlett, cosi’ detta perche’ la maggior parte delle case era un tempo di proprieta’ di don CARLO PETROSEMOLO; sue erano anche le grosse cisterne dove veniva conservato una volta il grano, sotto la piazza e poi riempite di terra e sabbione forse negli anni 60/65 per permettere lo stazionamento degli autobus di Napoleone; la piazza dicevo era il mio ombelico del mondo, protetta dall’alto dalla cupola di San Tommaso e’ stata per tanto tempo lo scenario della mia vita e dei miei giochi, popolata da tanti personaggi che vorrei provare a tratteggiare con i miei ricordi. 

 

 Con un ipotetico movimento semicircolare a 180^ e con le spalle al mio portone, partendo da sinistra c’era un negozio di BUZZELLI che vendeva granaglie, botti, tappi. La figlia si chiamava Elena ed era una bella ragazza alta come la madre, non l’ho piu’ rivista.

Dietro a Buzzelli c’era una fontana dove adesso c’e’ il monumento di una donna forse opera del nostro scomparso concittadino ed artista D’ADAMO (autore pure della Sirenetta posizionata su uno scoglio in uno dei posti piu’ incantevoli di Vasto che tanti obiettivi ha catturato e, sicuramente, tanti cuori ha fatto sognare), e piu’ in giu l’officina di COSTANTINI che riparava biciclette e motociclette ( un giorno d’inverno mi spaventai molto perche’ Costantini prese un trapano di ferro e con i piedi fece cadere una bacinella d’acqua; ci fu un corto circuito e lui cadde stecchito per terra; io mi spaventai molto perche’ credevo che fosse morto mentre invece subito dopo si riprese), e poi il negozio di PANTALONE “lu callarele” (gran brava persona pure lui, sempre pronta al saluto) che lavorava e tutt’ora lavora il rame e faceva le “conghe” con quel martelletto con cui riusciva a modellare perfettamente il metallo.

 

Sul muretto davanti alla fontana c’e’ stato un periodo in cui d’estate io ed altri compagni ci sedevano per appuntare le targhe delle macchine straniere che passano o, in seconda analisi, quelle delle altre provincie, poi con gli altri amici li confrontavamo per vedere chi ne aveva preso di piu’.

All’incrocio allora c’era il semaforo e ricordo lo sbuffare dei camion sia da che verso Pescara ( dovevano passare per la salita di Filiberto) quando si fermavano e poi ripartivano; in alcuni periodi, quando stavano fermi, dai camion che portavano la liquirizia, “rubavamo” interi rami.

Ma torniamo verso la piazza: proseguendo c’era una negozio di latte e formaggi gestito dalla signora GIGLIOLA, e di seguito la barberia di FLORIDEO, che e’ tutt’oggi in funzione con il tempo che sembra non passargli mai (senza invidia, per carita’). Seguiva ancora la “putech” di mastr MARIO “lu scarpere” che aveva una gamba offesa ed un perenne sorriso sulle labbra, se non ricordo male tornava in campagna con una 500 familiare.

Continuando l’ipotetico percorso si arrivava alla lavanderia di ASSUNTA, MARIA ed il fratello Rocco (adesso c’e’ la pasta all’uovo) di cui ricordo i miei giochi con quell’enorme lavatrice e con quell’odore di non so che cosa che penetrava nelle narici. Assunta quando pioveva in estate metteva fuori i vasi che si bagnavano appunto con la pioggia. Rocco un giorno fece un brutto scherzo a mio cugino Maurizio: lo convinse a mettere la testa dentro il grosso cestello della lavatrice e lui svenne per il forte odore.

Poi c’era l’ingresso del palazzo del dott Giordano VERI, persona squisita; lasciava scaldare la 1100 fiat per quasi un’ora prima di partire per Pescara dove lavorava; ero amico ed ho condiviso tanti giochi con il figlio LELLO e con il nipote DOMENICO GIAMBUZZI, che ho perso entrambi di vista e che mi piacerebbe rivedere.

Seguiva un negozio per la riparazione di radio tv il cui titolare si chiamava MICHELE ed aveva una vaga rassomiglianza con Bobby Solo.

Poi veniva il palazzo dei DELLA LOGGIA, il padre del dott Fulvio era per noi bambini un autentico spauracchio, e noi lo chiamavamo “panz e cul” per la sua mole (con tutto il rispetto). Con lui ingaggiavamo autentiche lotte verbali perche’ noi ragazzi:io, Lello Veri, Pasqualino De Luca, Marco Cieri, Domenico Giambuzzi, i fratelli Carlo e Franco Tacconelli, Danilo e Pasqualino Reati, Mario Paolini, Marco Iurisci e Daniele il figlio del barbiere, mio fratello Sandro, i fratelli Ercolino e Tonino Remigio che abitavano anche loro in una casa dentro al portone e con i quali pure ho condiviso tanti giochi (con Ercolino, che e’ mancino, andavamo a “lu sangiavocch” in mezzo alla monnezza, non quella di casa, quella dei negozi, come in una discarica attuale, a tirare pietre alle rondini e devo dire che Ercolino era abilissimo), Rocco Ranalli, Enzo Sparapano, Donato Paolini, Tommaso Valentinetti attuale vescovo di Pescara con il suo amico Tommaso Iubatti, un certo Vincenzino il cui padre faceva il carabiniere ed immancabilmente verso le cinque di pomeriggio arrivava, anche in divisa, con la banana o la scamorza per la merenda … “ Vincenziii …la merenda……”  e tanti altri che non mi vengono in mente; giocavamo a pallone sulla piazza e lui immancabilmente chiamava le guardie, che ci hanno sorpreso poche volte in verita’. La sera verso le 20.30, insieme con Donato Paolini, Pasqualino de Luca, Marco Cieri, Danilo Reati, Lello veri e Nicola Del Ciotto il figlio di Tumassino che aveva la macelleria, si giocava a pallone sulla piazza. I più piccoli di età :  Pasqualino Reati e Nicola del Ciotto erano sempre condannati a stare in porta.

Vincenzino e’ quello a dx con le mutandine a righe, io ho quelle bianche, in mezzo Marcellino nipote di Checchina e Maria

La genesi della sua avversione verso le partite di pallone sembra venga da una pallonata che lo colpi’ in pieno volto ad opera di un gruppo di ragazzi tra cui suo figlio, il dott Fulvio, che per lo spavento si rifugio’ in casa di Checchina e Maria (di cui parlero’ in seguito).

La piazza era teatro anche di altri giochi, tra i  quali “a mastruccie” con le figurine (le mitiche Panini che venivano attaccate all’album con una colla fatta di farina ed acqua: gli album aumentavano di spessore man mano che si completavano le squadre) oppure con le latte di alluminio che venivano allontanate  a calci (non ricordo le regole).

Altro campo utilizzato per le partite a pallone (anche se a pensarci adesso era improponibile perche’ inclinato !!!!!) era la piazzetta davanti al mercato coperto: c’erano anche altri attori come per esempio ORAZIO CIAVARELLI e poi un ragazzetto il cui cognome era DI GIACOMO e che abitava nella casa proprio di fronte all’ingresso del mercato; il padre era sempre in giro per il mondo ed ad un certo punto ando’ via; giocava benissimo a pallone ed aveva una leggiadria innata nei movimenti.

D’estate,il pomeriggio si aspettava il passaggio di GALILEO con il suo carrettino per prendere il gelato. Il suo arrivo era annunciato dal suono del campanello di bicicletta e  quando qualche parente mi comprava un gelato da 20 lire  ero il bambino piu’ felice del mondo. 

Dopo il portone d’ingresso c’era un negozio che papa’ utilizzava come esposizione dei mobili, camere da letto, como’, bauli, tavoli da pranzo e da cucina: io ci andavo per pulire la polvere ed era forte l’odore di mobili nuovi: in effetti era l’alcool e la vernice utilizzata (con un panno fatto di pezze di lana e di lino si doveva strusciare molto forte, ci voleva molto “olio di gomito”).

All’angolo verso “lu sangiavocch” c’era poi il negozio di alimentari di PEPPINO MARTELLI, dove ho lavorato per diversi anni (allora il lavoro minorile era normale e, lasciatemelo dire, anche salutare).

1957 -  Io con Checchina davanti al palazzo di Della Loggia (si intravede il negozio di mobili di papa’ e il negozio di Peppino Martelli

Era una brava persona, ben acculturata con una magnifica grafia, era venuto ad Ortona come geometra per la ricostruzione del porto danneggiato dalla guerra ed aveva sposato la signora Maria; non potevano avere figli ed avevano adottato una bambina, Anna che ho saputo essere morta recentemente per un malore. Era appassionato dell’arte venatoria ed aveva due cani, Tom e Fido. Mi portava con lui a caccia e ricordo le sveglie alle 2/3 la mattina per prendere la sangritana che ci portava ad Orsogna da dove proseguivamo per Filetto ed iniziavamo le battute di caccia, sempre scarse in realta’. Io portavo il carniere (dove dovevamo mettere le prede, ma che invece era sempre pieno di panini) e dove stava attaccata una borraccia di alluminio che conteneva vino bianco che diventava freschissimo con la brina dell’alba.

Al negozio il pane lo portava il mitico “PIPPIN FRANCAVILL” con una bicicletta che pesava un quintale  e che sulle ruote davanti e dietro aveva degli enormi cesti metallici dentro i quali venivano trasportati il pane (una roba del genere oggi farebbe inorridire i NAS). Spesso abbandonava pane e bicicletta e si univa alle nostre squadre di calcio per le partite.

Nel periodo della vendemmia preparavamo una quantita’ infinita di panini per gli operai della cantina di DON RICO ONOFRI in via Roma di fronte alla chiesa della Madonna del Carmine.

Era uno dei pochi nella zona ad avere il telefono, quello nero, a muro appena si entrava sulla sinistra e spesso era usato come posto telefonico per le telefonate (… e non sto parlando di secoli addietro …, non c’erano i telefonini, skipe, internet, mail ….., non c’erano ancora le cabine con i gettoni e per telefonare bisognava andare in piazza Municipio, se non ricordo male in quei locali dove vicino c’e’ adesso una fontanella, e c’erano le signorine Pompilio come operatrici).

Durante “tutti i morti” mi mettevo con un banchetto su quelle tre scalette a fianco “a mastr Mario lu scarpere”, a vendere candele, lumini e ceri per il cimitero; la gente doveva per forza passare di li’ per andare da via Roma al cimitero e gli affari, per Peppino, erano sicuri.

Attraversando la strada c’era un locale dove si sono succeduti diversi artigiani: c’era TOMMASO FARINA, un fabbro che un giorno si diede fuoco, poi credo segui’ un’officina, ma non ricordo il nome del titolare.

Poi un enorme arco che portava ad altre abitazioni; la memoria non mi aiuta molto, ma credo che c’era la casa di ‘”CACA BITTUN” o forse il deposito di “LU CINCIARETT” che raccoglieva panni vecchi con un carrettino a tre ruote a mo’ di bicicletta. A seguire c’era la casa del nonno del mio amico Pasqualino, “LU FERRACAVALL” e poi “GINO lu ferrer”, negozio di fabbro. Gino era (e’ tuttora) un ottimo artigiano ed una brava persona. Anche con lui ho lavorato qualche volta a pitturare le ringhiere (prima l’antiruggine e poi il colore), mi faceva anche mettere dei punti di saldatura.

Seguiva poi l’ufficio di RENATO BRUNI con le casse da morto ed a fianco il magazzino della nettezza urbana. Ricordo un suo operaio “GIUVANN  lu munnizzer”, alto, magro con l’eterna semi sigaretta in bocca a pelargli le labbra. Gli faceva praticamente da factotum perche’ raccoglieva l’immondizia e portava con un carrettone le casse da morto. Era un semplicione, molto povero e non ricordo se avesse o meno la famiglia.

Giuvann lu munnizzer e’ il terzo da sn

Parcheggiato davanti all’ufficio c’era sempre un camion di Bruni che veniva usato d’inverno come spalaneve e d’estate lavava le strade spruzzando l’acqua su ambedue i lati, il nostro gioco al suo passaggio era quello di saltare il getto senza bagnarsi; penetrava nelle narici l’odore della strada bagnata.

Continuando il percorso si arrivava a “mastr LUIGI lu marmist” altro personaggio con l’eterno sorriso sulle labbra. Andavo sempre a vedere come lavorava il marmo con la sega circolare e l’acqua, faceva anche lapidi per il cimitero.

Oltre si arrivava ad una cantina delle sorelle DE LUCA; ci si andava a prendere il vino che loro avevano in grosse damigiane con le bottiglie; io non lo ricordo ma mio cugino Maurizio mi dice che facevano anche da mangiare ed in particolare un baccala’ fantastico; successivamente il locale fu adibito a commercio di stoffe gestito da CIAVARELLI.

Poi il negozio di barbiere di RENATO REATI e MARIO DI PRETORO, dove all’eta’ di sei anni mia madre Carmela Perfetti mi mando’ a lavorare. Il mio compito era quello di scopare i capelli per terra (senza passare la scopa sulle scarpe del mastro senno’ erano cazziate a suon di scappellotti) e raccogliere le carte di giornale tagliate a quadratini e posate sul lavandino dove si puliva il rasoio mentre si faceva la barba ai clienti. Quando il taglio di capelli era finito spazzolavo i clienti che mi davano la mancia (5 lire 10 lire); c’era il figlio o il nipote delle signorine Nervegna proprietarie del locale che era sempre molto generoso e mi dava 20 lire e qualche volta a Natale anche 50 lire.

A Natale venivano regalati quei calendarietti con le donnine nude (per modo di dire se pensiamo ad oggi), erano chiusi in una bustina trasparente e con una cordicella all’interno, avevano un odore indefinito di borotalco ed erano trattate come reliquie da tenere nel portafogli.

Cliente del salone era anche ANTONIO, il principe, detto “SDONIO” al quale immancabilmente, terminato il taglio dei capelli e l’affilatura dei baffetti, veniva chiesto di cantare; lui si scherniva, faceva un po’ la prima donna, e poi si esibiva quasi sempre nel repertorio di Milva: aveva una voce bellissima ed accompagnava la canzone con una gestualita’ consumata. Alla fine gli applausi erano scroscianti ed accompagnati da richieste di bis che qualche volta concedeva.

 

 

Ad un certo punto Renato e Mario chiusero il salone e Renato, poi morto prematuramente, con la moglie Maria mise su un bar, il BAR DEL CACCIATORE teatro pure quello di tanti personaggi. Maria nella gestione venne poi aiutata dal padre (zi Pasquale) e dai figli Danilo e Pasqualino. Io il bar lo frequentavo ed assistevo per esempio alle partite a briscola che si svolgevano nel primo pomeriggio a suon di bottiglie di birra, di padrone e sotto, di accesissime discussioni sulle tattiche usate in partita, gli attori delle partite erano gli stessi che abitavano la piazza e quindi Luigi il marmista, Gino il fabbro, Pantalone “lu callarele”, Pierino Remigio che lavorava all’ospedale, Antonio il bidello, Paperino, Vittorio il meccanico, Nino che era tutto pelato, aveva una gamba offesa ed una Prinz verde persiana, riparava le lambrette ed aveva il negozio vicino a quello di papa’ e che quindi ho frequentato imparando un po’ la manualita’ sui motorini e biciclette,  e tanti altri.

Con il bar del Cacciatore ho disputato anche diversi tornei dei bar estivi, come le foto incorniciate appese su una colonna ricordano a futura memoria. Giocai anche in altre squadre come il bar Orientale, il bar Saraceno e vinto un torneo di ferragosto con la VIBRETTA FANTOMAS (nella foto pubblicata sul sito nello “Sport ad Ortona” sono in basso tra “Patanghino” (Gernone) ed il portiere Dragani, in piedi c’era “Lu chiopp”, Carlo Giambuzzi e Pierino Nervegna.

 

1972 BAR DEL CACCIATORE TORNEO DEI BAR

 

 

Alle festivita’ di San Tommaso davanti al bar si piazzavano dei tavolini dove la gente si sedeva per mangiare lupini, nocelline e porchette. Io servivo le bevande, birra, spuma, gazzosa, gelati guadagnando qualche soldo.

Un po’ piu’ sotto del bar c’era la fermata degli autobus; ricordo quelli di FORLINI che avevano come marchio un cavallo alzato; facevano la linea fino a Pescara e gli automezzi erano in genere piu’ nuovi di quelli di NAPOLEONE che invece faceva linee piu’ urbane quali i Saraceni ed il Riccio, oltre alle contrade.

A fianco c’era la macelleria di TUMASSINO (un omone di quasi due metri) e PEPPINO, entrambi erano brave persone e mi volevano bene. Quando era tempo Tumassino mi faceva mangiare le melette (quelle piccole, verdi e piene di sugo) e rideva quando le addentavo producendo uno schiocco, mentre Peppino che pure lui era cacciatore mi prendeva in giro per le battute di caccia a vuoto con Peppino Martelli.

Tumassino si faceva il portafogli con la stessa carta gialla con la quale  avvolgeva la carne (ma prima la si metteva su quella oleata), era sempre pieno di biglietti da 10 mila lire e mi faceva impressione vederlo.

Un quadro con i suoi colori ed i suoi profumi che mi e’ rimasto sempre impresso nella mente e’ quando preparavano le salsicce. Su una grossa pietra di marmo era distesa tutta la carne tagliata a pezzetti e che veniva macinata, poi aggiungevano peperone sale e scorce di arancia e con un macchinetta le mettevano nel budello per fare la salsiccia. Il profumo che si respirava era magico. Salsicce e fegatazzi a pezzetti piccoli erano buonissimi.

Poi c’era il forno di MANETTI che faceva una pizza bianca buonissima (andando a scuola alla Domenico Pugliesi prendevo 10 lire, 20 lire di pizza). A Pasqua noi ragazzi portavano a cuocere ramine di cavalli, pupe e cuori; alla cassa c’era la moglie Maria, mentre Carluccio stava ai forni con quella grossa pala di legno. Noi ragazzi dovevamo stare attenti a riconoscere le nostre ramine quando Carluccio li tirava fuori dal forno; io avevo escogitato l’ espediente di legare al manico di  ferro un filo di corda, tra di noi si commentavano le forme dei cavalli  (pare un dinosauro) e delle pupe (alcune delle quali avevano un seno spropositato).

Ancora girando c’era il negozio di FACIS, poi le scalette del mercato coperto, il palazzo di NAPOLEONE, con un grosso portone verde, che aveva diversi negozi: in uno proprio all’angolo vendeva le camicie il padre di Semeraro, un altro di vestiti di Santarelli ( ? ) , eppoi dove adesso c’e’ un agenzia immobiliare, un negozio che ricordo prima occupato dalla falegnameria di CASTALDI e poi da MARIO LUCIANI che faceva il parrucchiere e che vi mise l’esposizione di macchine agricole ed infine la moglie SUNTINA una lavanderia; l’alimentari di Paolini, la Madonnina e la storica casa delle sorelle LA SORDA, MARIA (proprio recentemente scomparsa) e CHECCHINA.

Maria La Sorda

 

Io da piccolo passavo intere giornate con Checchina e Maria, amiche di famiglia; Maria cuciva e Checchina faceva le maglie con una macchina misteriosa che per me era spesso motivo di giochi. Compravano i settimanali Grand Hotel e Sogno che poi facevano leggere anche a mia madre.

 

Venivano ad asciugare i panni dentro il nostro portone; mia nonna “ZA MARIIE” aveva fatto mettere dei fili di ferro per spanderli; dopo averli appesi una canna veniva usata per alzare il filo ed impedire che i panni toccassero terra; quando si faceva invece “la culete” le lenzuola venivano poi stese a terra ad asciugare, c’era anche un discorso di cenere che si metteva forse per sterilizzarle, ed erano sane mazzate per noi se giocando li sporcavamo. D’estate mi portavano al mare, a piedi, allo Scalo passando per via Roma ed attraversando la ferrovia, la statale, passando in parallelo sui tubi che portavano benzina al deposito Agip e di nuovo attraversando la ferrovia vicino alla galleria per arrivare alla spiaggia con i sassi; si dovevano scegliere gli scogli dove appoggiare i vestiti ed un po’ di meranda in funzione dell’ombra.

Avevo un banchetto tutto mio e Checchina mi ha insegnato a leggere e scrivere. Quando sono andato alle elementari a santa Maria avevo gia’ fatto “le stanghette” sul quaderno a righe; credo di aver avuto tre maestri ma ne ricordo solo due: la maestra NAPOLEONE molto severa ed il maestro ARRIGO ASTOLFI, un vero signore, sempre ben vestito e ben pettinato con i pochi capelli imbrillantati tirati all’indietro e con le bretelle; doveva essere una gran donnaiolo; mi ha insegnato il principio del cinema utilizzando una scatola di scarpe, con un buco laterale dove veniva posizionato il cilindro duro della carta igienica in cui doveva essere messa una lente d’ingrandimento; sopra doveva essere inserita una lampadina ed ai due lati piu’ grandi della scatola dovevano essere fatti due tagli dove far scorrere lentamente per esempio le striscie di Akim, il grande  Bleck Macigno il professor Occultis ed i trappers …per le corne d’alce …. che combattevano contro le giubbe rosse, Tex o di Capitan Miki e i suoi fedelissimi aiutanti Doppio Rhum e Dottor Salasso (erano giornalini fatti a strisce, non come Topolino, con uscita settimanale: li divoravo), tagliate ed incollate in maniera sequenziale: avendo cura di proiettare su un muro liscio e bianco ed al buio …., qualcosa si vedeva e comunque il principio era quello.

 

Di quel periodo ricordo un compagno di scuola, GAETANI, cui infilai il pennino sul dorso della mano (stavamo facendo uno scemissimo gioco a non prendersi con i pennini …….) e poi un caro compagno purtroppo scomparso in circostanze per me misteriose: GIOVANNI COLAIEZZI, il padre faceva il bidello al nautico (infatti l’ho ritrovato al Leone Acciaiuoli con quel suo enorme bastone che ci zittiva tutti con uno strillo e minaccia di utilizzo), era un gran compagnone, aveva un occhio completamente storto ma una simpatia innata ed un sorriso accattivante, era di una intelligenza superiore; mi dava sempre un po’ del suo panino (pane e olio) che gli preparava la madre; l’ho ritrovato collega nella Cassa di Risparmio.

Ma torno a Maria e Checchina, avevano il braciere con il poggiapiedi in legno per l’inverno. Quando nacque mio fratello Sandro io avevo 4 anni, venne la levatrice (donna Carmela) in casa;

 

mi fecero stare da Maria e Checchina durante il parto ed anche a me, come a tutti i bambini, rifilarono la storiella della cicogna.  A parto concluso e tornando sopra in casa a curiosare, entrai in camera da letto di mia madre (c’era un odore quasi inebriante di borotalco) e mi affacciai al balcone che guarda sulla Piazza. C’era a terra una piuma (seppi dopo che era del … piumino, allora per spolverare si usava una cannetta con le piume di qualche volatile); non mi feci scappare l’occasione, agitando la piuma a mo’ di spada corsi giu’ da Maria e Checchina (li pronuncio sempre entrambe perche per me sono sempre state un tutt’uno) e dissi ad alta voce…..” a me non mi fregate, ecco la piuma della cicogna che ha portato Sandro”…….

Un anno, a carnevale, alla sala Eden c’era una specie di concorso per premiare la migliore maschera: mia madre Carmela e Maria, con sottane vestiti e giacconi vecchi confezionarono per me e mio fratello Sandro, gli abiti che vedete nella foto che segue (fummo premiati ma non ricordo con che cosa)

La piazza era anche lo scenario, e non a caso l’ho quindi definita ombelico, di due importantissimi avvenimenti.

Uno, il mercato degli ambulanti, avveniva tutti i GIOVEDI con un invasione totale da parte delle bancarelle che occupavano ogni minimo spazio della piazza (da cui credo venga il ….”ti si mess in mezz come giuviddi’ “….che capiamo solo noi ortonesi; infatti vivendo a Vasto a volte mi scappa questo intercalare ma vedo che non mi capiscono….); dominavo lo scenario fatto di colori e di persone e dei suoni composti dei venditori e del vociare delle persone, dall’alto dei due balconi di casa o dal terrazzo; ricordo di aver aiutato nella vendita un commerciante di Pescara che vendeva giocattoli: in cambio mi ero preso due portachiavi a forma di scheletro che non capisco adesso per quale motivo mi attirassero cosi’ tanto.

L’altro era a San Tumass, la FESTA DEL PERDONO. Arrivava l’autoscontro dei fratelli CATELLANI (…ultimo giorno di nostra permanenza in Ortona…) ed io impazzivo letteralmente di gioia. Si cominciava con il montaggio della pista; li osservavo in tutti i loro movimenti (anche fino a notte tarda, sempre per via dei balconi ci casa che davano sulla piazza), vedevo i ragazzi piu’ robusti ortonesi lavorare anche loro e non vedevo l’ora di diventare grande per farlo anch’io. L’autoscontro occupava quasi interamente la piazza, al lato verso il bar si metteva la giostra, nel mezzo un chioscho che ho visto c’e’ tutt’ora, dove con una specie di pistola a forma di apparecchio si spara verso dei birilli ed abbattendone di piu’ rispetto agli altri giocatori si vince qualcosa. Verso “lu sangiavocch” c’erano i dischi volanti dove per guadagnare un giro bisognava abbattere gli altri dischi sparando con una mitraglietta fasci di luce alla base dei dischi: anche qui’ la nostra fantasia inventava tattiche e strategia (della serie volare a bassa quota per quasi tutto il tempo del giro e poi, quando gli altri si erano gia’   eliminati a vicenda alzarsi in volo e sparare per primi !!!!!!). Davanti agli uffici di Bruni si metteva quasi sempre la ruota panoramica. C’erano le bancarelle delle nocelline, lupini, noci di cocco e della mitica porchetta. Gli stands del tiro a segno con ragazze sempre accattivanti.          

L’autoscontro mi affascinava in maniera indefinibile ed in quel tempo ogni soldo (50 lire lu gire) che mi passava per le mani veniva investito nell’autoscontro; in pista si stabilivano delle gerarchie belle e buone e per chi le rompeva erano guai. Portare la macchinina non aveva nessun interesse; lo scopo del giro era quello di colpire le macchine delle ragazze che da sole (quindi senza compagno) facevano il giro; la botta doveva essere forte e secca da farle sobbalzare e  gridare; durante la botta o durante la pausa per salire o scendere dalle auto un occhio (anzi tutte e due) bramoso andava al gioco di gambe delle ragazze per vedere pezzi di sottana (!!!!!!!) o, fortuna delle fortune, delle mutande (allora si usavano e non erano fili interdentali). Diverso era invece l’antagonismo con gli altri ragazzi: la botta doveva essere centrale sul lato ed altrettanto secca, quasi sempre accompagnata da una specie di colpo di reni come quello dei ciclisti e tenendo ben forte lo sterzo, in modo da far alzare la macchinina quasi a volerla fare uscire di pista (qualche volta e’ accaduto); lo status di adulto era manifestato con la seduta “a natica”: in pratica una gamba stava dentro a premere il pedale, l’altra era fuori la macchina appoggiata sulla gomma, tutto il corpo era praticamente fuori dall’abitacolo e pertanto la posizione poteva essere assunta solo da chi aveva poco da temere dagli scontri.

Una posizione forse invidiabile mi veniva dalla mia situazione di lavoratore di Peppino Martelli; la carovana dei Catellani veniva parcheggiata dietro il negozio di generi alimentari che aveva un entrata anche da quella parte; la madre dei Catellani, una donnona con un sorriso dolcissimo e molto affabile, era cliente del negozio e quindi io spesso gli portavo i sacchetti oppure gli scatoloni (allora le buste di plastica non c’erano) di quello che comprava, inoltre Peppino gli faceva attaccare al lavandino del negozio dove mettevano ad ammollare stocco e baccala’, un tubo dell’acqua per riempire i serbatoi del camper; inutile dire che non andavo mai via a mani vuote perche’ la signora metteva la sua grossa mano dentro una sacchetta piena di gettoni e me ne dava sempre in buona quantita’.

Altro ricordo sempre presente di quei giorni erano poi le canzoni; i 45 giri piu’ in classifica facevano da contorno alle varie attrazioni: i cantanti piu’ in voga erano Mina, Celentano, Battisti, Caterina Caselli, Al Bano, Don Backy, i Camaleonti, i Dik Dik, i New Trolls, l’Equipe 84, Fausto Leali, i Nuovi Angeli e tanti altri che non ricordo. Chissa’ quanti cuori avranno palpitato per le ragazze illuminati da una singola canzone che nel testo o nella situazione riflettevano i sentimenti verso l’amata.

Le canzoni erano le stesse che febbrilmente sentivo con una vecchia radio con le valvole (che qualche volta si scaldavano ed avevano bisogno di un po’ di …. riposo…. si dovevano raffreddare …) e con una difficoltosa ricerca del segnale accompagnata da strani rumori, ad HIT PARADE condotta da Lelio Luttazzi; se non ricordo male l’ora era pre pasto, ed io mi appuntavo rigorosamente su un quadernetto le classifiche della giornata per confrontarle con quelle precedenti.

Durante la festa venivano “LI ZIENE” fedeli di San Tommaso provenienti dal teramano, che stazionavano giorno e notte venerando l’apostolo; dormivano in strada e molti entravano nel nostro portone, con un tacito accordo con mia nonna “za Mariie” pronta ad ospitarli nel cortile durante la notte ma che si arrabbiava da morire se qualcuno faceva i bisogni dentro al portone. Ricordo che, quasi a fare in modo di essere riconosciute, le donne  portavano collane e bracciali di corallo rosso, ma non ne conosco le motivazioni.

Credo di avervi raccontato il mio “pian di Carlett”. Sicuramente ho dimenticato tanti personaggi e situazioni, ma se qualcuno vorra’ colmare questi vuoti di memoria saro’ ben lieto di leggerlo. Chiedo subito scusa se qualcuno si e’ sentito offeso: non era mia intenzione farlo.

Come ognuno di noi, proseguendo la propria vita, ho incontrato tanti altri personaggi: a scuola (l’istituto tecnico nautico sezione macchinisti), nel mondo del calcio: ai salesiani la CDS club Domenico Savio (conobbi anch’io RIZZIERO una persona eccellente, disponibile e sorridente, aveva un tocco di palla incredibile, calciava di collo pieno e si sentiva un solo schiocco, come in serie A),

1966 I SALESIANI CDS Club Domenico Savio

 

la Pantaleone Rapino di Mario Barisci e del presidente Tommaso Della Pelle, l’Ortona, di Maio, Ciampoli, Francescucci, Piattone, del mister Primavera)

 

 

1971 amichevole ORTONA CALDARI 4 – 1

 

 per poi andare via durante la fase lavorativa (Milano, Vasto), ma tenendo sempre forte e vivo il vincolo con Ortona.  ENRICO POMPILIO-La mia posta : refra1953@gmail.com -quaderni di ricordi – 1 LU PIEN DI CARLETT (Piazza Plebiscito)

Sono Fulvio Della Loggia, nato e cresciuto a “lu Piene di Carlette” (Piazza Plebiscito) così chiamata per la presenza “di lu Mammocce di Carlette” testa di marmo ancora presente all’ingresso del palazzo Napoleone. Adesso la Piazza è ridotta a parcheggio di auto e fermate di autobus. Io la ricordo, insieme alla Piazza del Municipio ( oggi della Repubblica), come il centro della vita ortonese. Vi si svolgeva il mercato giornaliero della frutta e verdura, il mercato settimanale del giovedì. Dove oggi vi è l’orologiaio e il servizio di pompe funebri, ossia di lato alla mia casa, vi era il negozio di Riccitielle (Rocco Ricci) che vendeva radio e biciclette, quest’ultime offerte anche a noleggio orario.
Sulla piazza il negozio aveva due altoparlanti da dove si ascoltavano i dischi appena usciti, i bollettini radio che allora dicevano la verità, e la sera al ritmo della musica da dischi diffusa sulla piazza si ballava. Noi ragazzi : Antonio lu Cinciarette, Antonio di lu Ferracavalle, Gabriele di Natucce (Paolini), Tonino di Perfette( zio del titolare del sito?), lu fije di lu gallinere, detto Gallino, Tomasse li Pajulitti (scarpe lucide e marrone), tonino lu Lattere, Tumasse di campe sante (Bracciale), Pippine di la Sallecchie e tanti altri giocavamo a “li brigantucci”, una specie di guardie e ladri alternando i ruoli e arrivando a nascondersi anche fin verso i Saraceni . Accuratamente veniva evitato il cimitero perché vi erano “ li Sfiuoriti” ( i fantasmi). La piazza quando libera veniva usata come campo di calcio ( di cemento!) con un occhio a stare attenti all’arrivo di “ lu Onde” una burbera e simpatica guardia municipale che ci sequestrava palloni di pezza che poi rifacevamo. L’episodio della pallonata a mio padre lo ricordo molto bene: l’autore del tiro fù Renato Ranalli, giocava terzino e per la forza del suo calcio veniva ritenuto in possesso del “Calcio proibito”. Poi Renato andò a giocare anche tra i dilettanti, se non ricordo male con la squadra di Tocco da Casauria. Altra caratteristica era la presenza di due stalle: una privata, dove ora vi è il negozio di De Benedetto ed era di “Zi Duminiche di lu Fesse, nonno di Peppino Valentinetti abitante ancora in Piazza Plebiscito, che faceva trasporto con cavallo e “traino”; l’altra stalla era sociale, ubicata dove ora vi è il magazzino di Ortona Ambiente. Con servizio di maniscalco era gestita da Midiuccie (Emidio) e da suo figlio Jachille ( Achille). La domenica pomeriggio vi erano partite di bocce i giocatori piùassidui : Zi Duminiche lu Fesse, Mastre Tumasse lu Buttere, Vincenzo lu Cinciarette, “Don Mario” Seccia (papà dell’attuale barbiere Florideo). Alla fine andavano in osteria per la “Passatelle” con un litro di vino o birra. Questa era la posta del gioco. Ogni fine di anno scolastico Midiucce si improvvisava barbiere e con l’attrezzo usato per cavalli e asini, rapava a zero tutti noi ragazzi, messi in fila, per liberarci dai sempre peresenti pidocchi. I capelli venivano bruciati ed era un artificio di piccoli botti (!) ( i pidocchi e le loro uova che bruciavano scoppiettando) Dove attualmente vi è il negozio di ottica di Marina Cauti, viera, prima della guerra la casa e bottega di “ Mastre Felice di Picciafoche” Cilli, calzolaio originario di da San Salvo. Era l’oggetto di nostri scherzi e quotidianamente era costretto a rincorrerci con il martello in mano per tutta la piazza. A volte passava qualche camion carico di liquirizia in ceppi e, siccome la velocità era bassa, spesso riuscivamo a sottrarre dei rami da gustare in pace e comunità. Con la guerra quando i tedeschi minarono il porto, per la potenza delle cariche arrivavano sulla piazza delle pietre e, noi ragazzi, incoscienti , ne aspettevamo l’arrivo per dimostrare di essere bravi a scappare per non farci colpire. Dopo l’otto settembre del 1943, appollaiati sulla balaustra della casa Menè che delimitava la strada nazionale, abbiamo visto pria autocolonne di soldati tedeschi che andavano
verso Pescara e poi un giorno, improvvisamente tornare in senso contrario verso il Sangro. Questi alcuni quadretti di una Ortona veramente bella e gli ortonesi che si volevano veramente bene!!!!!!

 

Caro Mario non potevo fare a meno di scriverti riguardo i ricordi di lu piene di Carlette, naturalmente non ricordi personali ma racconti di mio padre Antonio figlio primogenito de Lu Cinciarette ( venuto a mancare prematuramente vent'anni fa'), il Sig.Pompilio ha individuato perfettamente quello che era il deposito di ferro vecchio e stracci di mio nonno Vincenzo ,ma sfortunatamente per loro era anche l'abitazione. Per mio padre Lu piene di Carlette ha costituito il palcoscenico della sua fanciullezza, si trovava sicuramente tra i ragazzi che avevano titrato la pallonata a Giovannino Della Loggia, data l'amicizia fraterna che lo legava al figlio Fulvio. Mi raccontava mio padre che i genitori uscivano con il carretto delle robe vecchie alle prime luci dell'alba e rientravano a sole gia' tramontato , e sua madre lo affidava allo sguardo attento della Sig.na Nunziatina Colonna che si affacciava dalla finestra della sua abitazione che ridava proprio sopra al Cristal ,pur entrando da Cso Matteotti, ma il piu' delle volte la Sig.na Colonna assisteva alla guerra con le pietre che era un classico de lu Piene di Carlette quando arrivavano ragazzi di altri quartieri  Lu Piene Di Carlette era una zona invalicabile  di "proprieta' di chi ci abitava e guai a superare il limite. Di Giovannino Della Loggia mio padre aveva un ricordo dolce, pur essendo burbero, amorevolmente lo raccoglieva quando spossato dai giochi di una giornata e aspettando invano il rientro dei genitori, si addormentava su la scaletta di quella casa-rimessa  ,allora Giovannino lo prendeva in braccio ,lo portava a casa sua e lo sistemava nel letto con il Dr.Fulvio uno a capo e uno a piedi. Caro Mario mi fermo qui mi viene da piangere

Ti ringrazio perche' con i tuoi scritti, con le tue riflessioni fai affiorare ricordi ,emozioni, affetti  Saluti Maria Grazia Di Vona la nipote de LU Cinciarette - citato da Enrico Pompilio nel racconto del Piano di Carletto